Patologie trattate

Consulenza psicologica per disturbi di personalità e disturbi d'ansia a Roma 

CRISI DI COPPIA
Oggi assistiamo sempre più spesso a squilibri di coppia, o coppie così dette in crisi, ciò perché la coppia appare sempre di più sottoposta a continue prove di “resistenza” e a molte interferenze esterne che a volte possono minare l’equilibrio e la stabilità della relazione.
La stessa società oggi non “sponsorizza” il legame di coppia e promuove invece il concetto di individualismo; il più delle volte l’idea di legame spaventa, sopraggiunge la paura dell’impegno, il timore di perdere la propria libertà.
Oggi più che mai le coppie hanno la necessità di cercare la loro unità. Il modello di coppia deve essere costruito al di là
degli stereotipi culturali, che ci vogliono in coppia tutti nello stesso modo.

PSICOTERAPIA DI COPPIA
A volte una coppia non riesce autonomamente a risolvere i suoi problemi. In questi casi può essere utile chiedere l’aiuto di un esperto. Nel percorso che io seguo con i membri di una coppia insegno loro ad individuare i problemi principali per poi affrontarli, ma soprattutto alleno i partners ad essere attenti e sensibili alle tensioni e ai bisogni reciproci consentendo loro di riscoprire un modo più funzionale di stare insieme. La terapia consiste oltre che nella seduta settimanale, che comprende sia sedute di coppia che sedute individuali, anche nello svolgimento di esercizi familiari che assegno settimanalmente ai pazienti, per favorire lentamente la sostituzione di comportamenti disfunzionali e critici con atteggiamenti che favoriscano la comprensione reciproca e la complicità.

MEDIAZIONE DURANTE LE FASI DI SEPARAZIONE E DIVORZIO
Da un punto di vista psicologico la perdita del partner viene paragonata all’esperienza del “lutto”. Con questo termine (dal latino luctus= pianto e lugere= piangere) si intende la reazione emozionale che si sperimenta quando si perde una persona significativa della nostra esistenza. Infatti non si può amare qualcuno e perderlo senza sentirsi soli e deprivati del suo affetto, senza diventare vulnerabili e provare dolore.
 A differenza della morte, la perdita del partner nelle separazioni è “l’accettazione di vivere senza l’altro che continua la sua vita indipendente”. Tendenzialmente uomini e donne reagiscono diversamente dinnanzi a tale lutto, le donne tendono ad avere reazioni emotive più intense, riescono a parlarne con più facilità, cercano più spesso aiuto anche nella psicoterapia. Gli uomini, più spesso sentono di dovere essere forti per aiutare se stessi e gli altri familiari, nascondono le emozioni più intime, per non dimostrarsi vulnerabili, cercano vie di fuga nel lavoro, nell’alcol, o si lasciano andare alla rabbia.
La psicoterapia interviene sostanzialmente quando, di fronte alla separazione, emergono sintomi specifici quali ansia, depressione, rabbia. Nella maggior parte dei casi, quello che si verifica è il cronicizzarsi di uno stato di profonda conflittualità, in cui i sentimenti di rabbia vengono violentemente espressi sia verso l’ex coniuge, sia verso sé stessi e verso i figli.
La psicoterapia sostiene pertanto il paziente nell'attraversamento del doloroso passaggio della perdita e nella necessaria elaborazione dei vissuti che accompagnano questo momento e si pone come obiettivo quello di aiutare tutti i membri della famiglia ad affrontarla e a riorganizzarsi sia emotivamente che psicologicamente. 

TRADIMENTO E DISAGI CORRELATI
Una delle esperienze più dolorose in tema d’amore è sicuramente il tradimento.
Ma cosa vuol dire tradire? Il significato originario della parola tradimento viene dal latino “tradere”, equivalente in italiano a “consegnare”, inteso nel significato di consegnare ai nemici, tradire significa infrangere le aspettative dell’altro o quelle che noi gli abbiamo alimentato.
I fattori in grado di contribuire al tradimento sono diversi e dipendono dalla storia della coppia, dalla capacità di risolvere i problemi, dalla fase della vita che si sta attraversando, oltre che una serie di elementi che possono, a lungo andare, creare un terreno fertile

Dopo che il tradimento è avvenuto un passo importante è la rivelazione dello stesso: può esserci una rivelazione spontanea da parte di chi ha tradito o, molto più frequente l’amara scoperta da parte di chi è stato tradito attraverso un indizio, come un sms, uno scontrino o altro tale da destare fondati sospetti. In ogni caso la rivelazione porta alla crisi del rapporto e a questo punto critico è presa la decisione della rottura o di tentare attraverso il perdono una riconciliazione.
Ma cosa accade psicologicamente al traditore? All’inizio del tradimento c’è in chi tradisce una sorta di regressione a schemi sentimentali tipici dell’età giovanile, dove l’amore è fatto di passione ed emozioni forti. La relazione con un nuovo/a partner è desiderata in quanto non presenta i litigi, la quotidianità, le preoccupazioni tipiche del matrimonio o comunque la staticità di una relazione che dura da diversi anni. Tuttavia col tempo, ad una fase iniziale ricca di enfasi ed emozioni forti, può insorgere nel traditore un intenso stato di ansia dovuto alla difficoltà di conciliare tempi e luoghi da dedicare alle due relazioni diverse.
Ogni coppia reagisce al tradimento con le proprie modalità, ed in ogni caso viene messa a dura prova la stabilità di ogni suo membro: 
Il tradimento ha minacciato la stabilità, la sicurezza, la fiducia costruite insieme dalla coppia. 
Molto spesso poi, se il tradimento viene perdonato, spesso si tratta di un perdono solo apparente, vale a dire si crede di aver perdonato ma invece la ferita è ancora ben viva. In molti casi si perdona soprattutto per la paura della perdita dell’altro.

PSICOTERAPIA IN CASO DI INFEDELTA’
Il perdono di un tradimento richiede una sua elaborazione, come un lutto. Il supporto di uno psicoterapeuta può aiutare entrambi i membri della coppia, laddove gli individui manifestino la volontà di tornare insieme e recuperare il rapporto.
Si può lavorare anche singolarmente sull’individuo che ha subito il tradimento al fine di supportarlo nell’elaborazione dei vissuti di rabbia e dolore e nello sviluppo di strategie funzionali al superamento del momento di crisi. La terapia prende in esame le eventuali criticità antecedenti all’infedeltà, e si pone come obiettivo quello di elaborare l’accaduto lasciando esprimere le emozioni connesse, e di creare i presupposti per un benessere nella relazione.
INSONNIA
Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’insonnia come un disturbo dell’addormentamento e della continuità del sonno, oppure come un sonno non ristoratore presente per almeno tre notti alla settimana, associati a sensazioni di fatica, stanchezza o inefficienza diurna.
Quando l’ insonnia ha una durata inferiore a un mese è definita acuta e generalmente è considerata transitoria perché è causata da fattori precipitanti ben definiti come eventi di vita stressanti, patologie algiche acute o uso di sostanze. Se ha una durata maggiore viene definita cronica, e si riferisce ad uno stato di difficoltà permanete che ha origine non in reazione ad uno stress momentaneo ma a talune difficoltà più radicate nell’individuo.
La terapia cognitivo comportamentale è particolarmente indicata per il trattamento dell’insonnia cronica. 
Molte persone imparano a convivere con le conseguenze dell’insonnia applicando “strategie di compensazione”, comportamenti che al momento possono sembrare benefici ma che a lungo termine favoriscono il mantenimento del disturbo. Ognuno di questi comportamenti rappresenta lo sforzo da parte degli insonni di incrementare le possibilità di dormire ma sembrerebbe che sia proprio tale sforzo a mantenere l’insonnia. 
PSICOTERAPIA DELL’INSONNIA
La terapia cognitivo comportamentale si rivela la più efficace con i soggetti insonni, in quanto non mira unicamente a favorire un aumento del tempo totale di sonno o a ridurre la latenza del tempo di addormentamento, ma piuttosto permette di modificare le credenze errate sul sonno e i comportamenti disfunzionali associati che fungono da fattore di mantenimento del disturbo stesso. La psicoterapia che io propongo, consiste oltre che in un incontro settimanale, anche nello svolgimento di esercizi consegnati al paziente, da svolgere tra una seduta e la successiva, attraverso cui, esercitando modalità di comportamento funzionali, si abitua il paziente a sostituire lentamente abitudini errate con atteggiamenti adeguati al mantenimento del proprio benessere. Inoltre mi avvalgo dell’utilizzo di tecniche mindfulness, per accompagnare il paziente ad un maggiore livello di consapevolezza, favorendone, ad esempio, attraverso il respiro consapevole, il rilassamento prima dell’addormentamento.
LE NUOVE DIPENDENZE 

■ La dipendenza da sesso
La dipendenza sessuale è una relazione malata, distorta con il sesso attraverso la quale la persona cerca di alleviare lo stress evitando sentimenti dolorosi e fuggendo da relazioni intime di fronte alle quali emerge una profonda inadeguatezza nella capacità di gestirle.
Il dipendente da sesso ha una grave difficoltà a vivere il sesso naturalmente, come una relazione intima con uno scambio di piacere. La relazione è invece di tipo ossessivo.
I comportamenti che un dipendente sessuale può mettere in atto sono diversi: rapporti sessuali con prostitute o con persone anonime, esibizionismo, acquisto di materiale pornografico, utilizzo di servizi erotici telefonici o su internet, masturbazione in modo ossessivo, ad esempio.

Lo shopping compulsivo o  “compulsive buying” è una forma patologica caratterizzata da preoccupazioni e impulsi intrusivi e ricorrenti rivolti alla ricerca e all’acquisto eccessivo di beni spesso superflui o di valore superiore alla propria disponibilità economica.
Lo shopping impegna la persona per un tempo superiore a quello preventivato e comporta una grave compromissione del funzionamento sociale e lavorativo ma viene perseguita nonostante le conseguenze negative (sentimenti di colpa e vergogna, problemi familiari, problemi economici).

Lo shopping compulsivo causa problemi significativi quali stress, interferenze con il funzionamento sociale e lavorativo, disagi familiari e coniugali e gravi problemi finanziari. Inoltre, si riscontrano molto spesso sentimenti di colpa e vergogna in seguito all’acquisto di oggetti che, il più delle volte, vengono nascosti al resto della famiglia oppure messi da parte, regalati o buttati via.
Si innesca così un circolo vizioso: il disagio fa affiorare nuovamente il bisogno di un nuovo acquisto. 
■ Il gioco d’azzardo patologico
Nel DSM-IV il gioco d’azzardo patologico viene definito come un “comportamento persistente, ricorrente e maladattivo tale da compromettere le attività personali, familiari lavorative”.
Il giocatore compulsivo non gioca per guadagno materiale, ma per il piacere che gli deriva dal giocare. La perdita di controllo e la pervasività del gioco nella vita del soggetto determinano il deterioramento dei rapporti affettivi, familiari, lavorativi.
L’impulso e l’attività di gioco d’azzardo generalmente aumentano durante periodi di stress o di depressione.

■ La dipendenza da lavoro
Tutte le persone, in genere, lavorano per poter guadagnarsi da vivere. Tuttavia, questo comportamento, considerato normale, può diventare una dipendenza quando non ha più una funzione di sopravvivenza, ma ci aiuta a superare mancanze esistenziali e problemi familiari. Si parla così ‘work addiction’ (o workalcoholism), cioè la dipendenza da lavoro che appartiene alla categoria delle dipendenze non legate a sostanze e per questo, spesso le viene data meno importanza.
Nella maggior parte dei casi, le conseguenze sono una vita familiare e sociale distrutta, ansia, depressione e patologie stress-correlate.

■ La dipendenza da videogames
Ormai da un po’ di anni, gran parte del tempo libero destinato all’attività ludica è, sempre più spesso, costituito dal “videogioco” che risponde al “bisogno ludico”, appassionando persone di ogni età, sesso e classe sociale.
Tuttavia, tale attività ludica può essere abusata fino a diventare una dipendenza, cioè la ‘videogames addiction’. Il problema, sempre in aumento nei giovani, sostituisce momenti dedicati all’attività fisica, allo studio, annullando qualsiasi tipo di relazione sociale e favorendo l’isolamento creando problemi con la famiglia.

I sintomi della dipendenza possono verificarsi attraverso stati di ansia, attacchi di panico, problemi del sonno, sogni riguardanti i videogiochi, incubi e tremori. Negli adolescenti in cerca di una fuga dalla realtà, generalmente sono privi di vita sociale, trascurati dai genitori e dotati di scarsa autostima.

TRATTAMENTO DELLE DIPENDENZE PSICOLOGICHE 
Le nuove dipendenze richiedono modelli di trattamento terapeutico specifici individuali o di gruppo.
In terapia si lavora con il paziente affinché egli comprenda l’origine del disturbo ed apprenda utili tecniche di “disintossicazione” dall’oggetto della dipendenza  al fine di tornare alla vita reale.
Il modello cognitivo comportamentale si è dimostrato particolarmente efficace nel trattamento delle dipendenze patologiche poiché lavora sulla reale possibilità di cambiamento e di soluzione del problema, favorendo nel paziente l’elaborazione di strategie comportamentali utili al cambiamento, rinforzando l’auto-efficacia e promuovendo l’autostima.
piatto vuoto
DISTURBI ALIMENTARI: ANORESSIA E BULIMIA

Anoressia Nervosa
I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione consistono in disfunzioni del comportamento alimentare e/o in comportamenti finalizzati al controllo del peso corporeo, che danneggiano in modo significativo la salute fisica o il funzionamento psicologico e che non sono secondari a nessuna condizione medica o psichiatrica conosciuta. Colpiscono ogni strato sociale, con una forte prevalenza nel sesso femminile (circa 90%). Insorgono generalmente nell’adolescenza. Siamo in presenza di Anoressia Nervosa, quando sono presenti comportamenti quali:
- Restrizione nell’assunzione di calorie in relazione alla necessità, o rifiuto di mangiare e di mantenere il peso corporeo nella norma
- Un’intensa paura di diventare grassi anche se si è in realtà sottopeso
- Alterazione del modo in cui viene vissuto il peso e la forma del proprio corpo
- Persistente mancanza di riconoscimento della gravità della condizione di sottopeso.

Anoressia con bulimia
Quando alle condotte di restrizione dell’assunzione del cibo, si aggiungono episodi di abbuffate alternate a condotte di eliminazione (vomito autoindotto, uso eccessivo di lassativi o diuretici) si parla di Anoressia con Bulimia.
Uno dei vissuti più angoscianti delle persone anoressiche, è legato ad una errata percezione del proprio corpo, vissuto come sgradevole e perennemente inadeguato. Il disturbo dell’immagine corporea non è imputabile ad un disturbo della percezione, in quanto tendono a sovrastimare anche il peso e la forma di altre persone, ma mai quanto i propri. Questa distorsione tende inoltre a diminuire man mano che le persone riacquistano peso. Il livello di autostima e di valutazione di sé è influenzato dalla capacità di controllare il proprio peso e i fallimenti sono seguiti da autocritica e svalutazione. Con l’aumento della perdita di peso la concentrazione, la memoria e la capacità di giudizio critico diminuiscono, mentre si accentuano sempre più le emozioni negative, l’iperattività, l’irritabilità, l’asocialità e i disturbi del sonno. Nei casi in cui vi è una evoluzione cronica, o comunque una perdita di peso superiore al 25%, e/o complicazioni mediche è necessario il ricovero ospedaliero.
CURA E TRATTAMENTO
La terapia cognitivo-comportamentale risulta essere un trattamento di provata efficacia per la cura del disturbo. Essa ha come obiettivi iniziali la normalizzazione del peso e l’abbandono delle condotte di restrizione dell’assunzione del cibo, delle abbuffate e delle condotte di eliminazione. In seconda battuta occorre aumentare i livelli di autostima, ampliare la definizione di sé al di là dell’apparenza fisica, ridurre il perfezionismo e il pensiero tutto-nulla, migliorare i rapporti interpersonali e, nel caso di adolescenti, aiutare i familiari a gestire il problema dei figli, mettendo anche in evidenza quali atteggiamenti siano controproducenti e da evitare.  

Bulimia Nervosa
La Bulimia Nervosa rientra tra i disturbi  della nutrizione e dell’alimentazione finalizzati al controllo del peso corporeo, che danneggiano in modo significativo la salute fisica o il funzionamento psicologico e che non sono secondari a nessuna condizione medica o psichiatrica conosciuta. Colpiscono ogni strato sociale, con una forte prevalenza nel sesso femminile (circa 90%). Insorgono generalmente nell'adolescenza.
La Bulimia Nervosa è caratterizzata da:
- abbuffate ricorrenti,
- sensazione di perdita di controllo
- condotte di compenso, finalizzate a neutralizzare gli effetti delle abbuffate, come il vomito autoindotto 
- l’assunzione impropria di lassativi e diuretici, o la pratica eccessiva di esercizio fisico
- una continua ed estrema preoccupazione per il peso e le forme corporee.
Le abbuffate sono vissute in genere con estrema vergogna e disagio e insieme alle condotte compensatorie si verificano almeno 2 volte a settimana per un periodo minimo di tre mesi.
La bulimia si manifesta attraverso un circolo vizioso che si viene a creare tra abbuffate e condotte tese a controllare il peso. Tale circolo tende ad autoperpetuarsi tra preoccupazione per il peso, dieta ferrea, abbuffate e condotte di compenso e può provocare sintomi quali depressione, ansia, ossessività, irritabilità, labilità dell’umore, sensazione di inadeguatezza, affaticamento, preoccupazione per il cibo, scarsa concentrazione, isolamento sociale e forte spinta ad abbuffarsi. I soggetti bulimici generalmente hanno un peso normale, cosa che rende il disturbo più difficile da identificare rispetto per esempio all’anoressia. Le complicanze mediche, spesso sottovalutate, sono conseguenti sia delle abbuffate sia delle condotte di compenso. Se non trattati in tempi e con metodi adeguati, i disordini alimentari possono diventare una condizione permanente e nei casi gravi portare alla morte.
 TRATTAMENTO DELLA BULIMIA 
Obiettivo principale del trattamento è, innanzitutto, quello di normalizzare il comportamento alimentare. Il primo passo consistete in interventi cognitivi tesi a interrompere il circolo vizioso restrizione-abbuffata-vomito, attraverso procedure come colloqui informativi e motivazionali, concettualizzazione del disturbo e condivisione con il paziente; vengono usate anche tecniche di automonitoraggio. L’obiettivo è riabituare il paziente a un’alimentazione corretta, regolarizzando la frequenza dei pasti e utilizzando attività alternative alle abbuffate o alle condotte eliminatorie. In una seconda fase il trattamento mira a rendere stabile il nuovo comportamento alimentare e, soprattutto, a ridurre l’eccessiva preoccupazione per il peso e le forme corporee. Vengono poi usate procedure cognitive per identificare e modificare le idee disfunzionali alla base del disturbo e tecniche comportamentali. La terza fase prevede l’applicazione di procedure finalizzate a mantenere i risultati raggiunti durante il trattamento: vengono usate strategie di prevenzione delle ricadute e tecniche che mirano ad aumentare la capacità di fronteggiare le situazioni critiche per il paziente.
Il trattamento psicoterapico è frequentemente associato a una terapia farmacologica. 
dipendenza da internet
DIPENDENZA DA INTERNET

Accanto alle classiche dipendenze da droghe, negli ultimi anni sono proliferate le dipendenze da attività legali.  Intendiamo con il termine New Addictions – Nuove Dipendenze, tutte quelle nuove forme di dipendenza in cui non è implicato l’intervento di alcuna sostanza chimica.  
- La dipendenza da Internet o Internet dipendenza, meglio conosciuta nella letteratura psichiatrica con il nome originale inglese di Internet Addiction Disorder (IAD), comporta cambiamenti drastici nello stile di vita della persona, quali:
● Diminuzione complessiva dell’attività fisica
● Disinteresse per la propria salute a causa dell’attività svolta in internet
● Evitare le attività importanti di vita reale per avere più tempo in rete
● Privazione di sonno o cambiamento delle abitudini di sonno per passare più tempo in rete
● Diminuzione della socializzazione
● Trascurare la famiglia e gli amici
● Rifiutare di trascorrere tanto tempo lontano dalla rete
● Forte desiderio di trascorrere più tempo al computer
● Trascurare il lavoro e i doveri personali
In particolare l’abuso della rete comporta disagio nelle seguenti aree:
Ambito relazionale e familiare
Ambito lavorativo e scolastico
Ambito finanziario
Ambito della salute
Secondo la psicologa Kimberly Young esistono 5 principali tipologie di dipendenza virtuale:
1-Dipendenza cybersessuale (o da sesso virtuale
2-Dipendenza cyber-relazionale (o dalle relazioni virtuali)
3- Net Gaming: la dipendenza dai giochi in rete
4-Information Overload (Sovraccarico cognitivo): ricerca e organizzazione ossessiva di dati dal Web. 
5-Computer Addiction
TRATTAMENTO
Nel trattamento cognitivo comportamentale della Dipendenza da Internet si lavora con il paziente affinchè egli comprenda l’origine del disturbo ed apprenda utili tecniche di “disintossicazione” dalla rete al fine di tornare alla vita reale.
In particolare al soggetto dipendente si insegna a:
– Valutare il tempo trascorso on-line: il paziente annota il numero effettivo delle ore di collegamento e delle attività preferite svolte on-line.
– Utilizzare tecniche di gestione del tempo:  il paziente impara a gestire il tempo di collegamento in modo differente da come ha fatto in passato, coltivando un’attività alternativa o mettendo in pratica un hobby. L’impegno in una attività piacevole impedirà di sentire la mancanza di Internet ed il desiderio di collegarsi.
– Riconoscere quello che si sta perdendo: il paziente viene invitato a fare una classifica, assegnando un punteggio da 1 a 3 (1: molto importante; 2: importante; 3: non molto importante), di tutte le attività che sono state trascurate a causa del tempo trascorso su Internet, per prendere consapevolezza delle scelte e delle rinunce conseguenti alla propria dipendenza.
– Stabilire dei tempi fermi: al paziente viene insegnato a utilizzare come punti di riferimento per interrompere il collegamento le cose da fare concretamente.
– Praticare il contrario: il paziente dovrà riflettere sulle proprie abitudini d’uso di Internet e cercare di fare l’opposto, per distruggere le abitudini e mobilità il soggetto verso il cambiamento.
– Fare passi concreti per centrare i veri problemi: una volta identificati i problemi che hanno favorito lo sviluppo della dipendenza, è importante impegnarsi nel risolverli. Questo porta ad impegnare il proprio tempo, in modo da non sentire la mancanza della Rete e genera gratificazione.
GELOSIA PATOLOGICA

La gelosia è “una risposta emotiva legata al pericolo di perdita e sottrazione del partner, che è connessa a reazioni di angoscia, rabbia e aggressività che hanno la funzione di proteggere la relazione stessa” (Bowlby, 1988). Si manifesta con gradi diversi di intensità dipendenti dallo stato della relazione fra i due partner: tanto più la relazione è vissuta come determinante per la sicurezza e l’integrità della persona tanto maggiore può essere l’intensità della reazione di gelosia. 

La gelosia “irrazionale” prende origine da sospetti che non hanno una prova nella realtà e la cui origine è da collocare in uno stato di angoscia che prende forma solo “nella mente” della persona senza avere alcun riscontro nella realtà. Nella mente del geloso patologico si creano continue distorsioni della realtà ed interpretazioni erronee degli eventi, fino ad arrivare a dei veri e propri “deliri di gelosia” che spesso sono all’origine di fatti di cronaca come i delitti passionali. La gelosia dunque raggiunge forme non controllabili nei soggetti in cui l’insicurezza nel campo affettivo porta alla ricerca del controllo e del possesso del partner (limitando gli spazi della sua vita personale). 
TRATTAMENTO
L’aiuto di uno psicologo permette a colui che è affetto da gelosia “irrazionale” innanzitutto di comprenderne l’origine e di imparare poi a riconoscere e correggere le proprie distorsioni interpretative della realtà e a relazionarsi con il/la partner in modo più funzionale al benessere della coppia.
DIPENDENZA AFFETTIVA

Quando l’amore si trasforma in un ossessione che travolge e fa soffrire, non parliamo più di amore ma di “dipendenza affettiva”. La love addiction – come la chiamano gli anglosassoni – altro non è che una patologia del sentimento e del comportamento amoroso e, nel mondo contemporaneo, è sempre più diffusa.
Volendo tracciare il profilo psicologico del dipendente affettivo potremmo dire che è una persona che non si sente libera di amare un’altra persona per quella che è veramente e, nello stesso tempo, non è in grado di farsi amare per quella che è la sua vera natura; sostanzialmente il dipendente sta insieme all’altra persona per colmare le proprie paure, i propri bisogni, e non riesce a godere dei veri e propri aspetti positivi dei rapporti umani, obnubilato dalla possessività, dall’ansia di separazione e dalla paura per un possibile abbandono.
In questi soggetti si può sviluppare nel tempo un vero e proprio quadro psicopatologico contraddistinto da depressione, ansia generalizzata, disturbi del sonno, irritabilità, problemi alimentari, ossessioni e compulsioni.
Chi è afflitto da dipendenza affettiva soffoca sul nascere ogni suo interesse, desiderio, amicizia, rapporto con altre persone e familiari, così come restringe al minimo gli impegni lavorativi fino a trascurare e a manomettere tutto ciò. Da un punto di vista comportamentale il dipendente infatti dedica completamente tutto sé stesso all’altro, al fine di perseguire esclusivamente il benessere del partner e non anche il proprio, come dovrebbe essere in una relazione “sana”. Un rapporto che genera dipendenza è una condizione che intorpidisce mentalmente la persona e la rende incapace di esprimere i propri sentimenti minacciando gravemente la salute e il benessere psicologico.
La scarsa autostima è il punto di partenza della dipendenza affettiva e solitamente è il retaggio di difficoltà vissute nell’infanzia. Ciò significa che avremo individui estremamente dipendenti dal giudizio e dalle valutazioni altrui al fine di stare bene con se stessi e che cercheranno disperatamente qualcuno in grado di dar loro quel senso di autostima che manca. Tutte queste persone diventeranno dunque “ostaggi” nelle mani di chiunque dimostrerà loro approvazione o affetto.
Alla luce di questo quadro non stupisce che questo tipo di personalità dipendente scelga partner “problematici”, portatori a loro volta di altri tipi di dipendenza (droghe, alcol, gioco d’azzardo, ecc…). Ma è un’aiuto “malato” in cui si diventa “co-dipendenti”, anzi si rafforza la dipendenza dell’altro, perché possa essere sempre “nostro”.
TRATTAMENTO
La psicoterapia aiuta il paziente dipendente affettivo a riconoscere le complesse trappole cognitive ed emotive che lo conducono a sofferenza e infelicità. Tramite il percorso terapeutico il paziente impara a guardare in faccia alle proprie fragilità e bisogni insoddisfatti al fine di riprendere in mano le redini della propria esistenza e a gettare le basi per la costruzione di una più sana e funzionale modalità d’amare.
IPOCONDRIA
La caratteristica essenziale dell’ipocondria è la preoccupazione legata alla paura di avere, oppure alla convinzione di avere, una grave malattia, basata sulla errata interpretazione di uno o più segni o sintomi fisici, nonostante le rassicurazioni mediche. Le relazioni sociali vengono sconvolte per il fatto che il soggetto ipocondriaco è preoccupato della propria condizione e spesso si aspetta considerazione e trattamento speciali. La vita familiare può diventare disturbata poiché viene focalizzata intorno al benessere fisico del soggetto. Possono non esserci effetti sul funzionamento lavorativo dell’individuo, se questo riesce a limitare l’espressione delle preoccupazioni ipocondriache al di fuori dell’ambiente lavorativo. 
TRATTAMENTO 
Nella psicoterapia cognitivo comportamentale dell’ipocondria il paziente svolge un ruolo attivo nella soluzione del proprio problema e, insieme al terapeuta, si concentra sull’apprendimento di modalità di pensiero e di comportamento più funzionali, nell’intento di spezzare i circoli viziosi dell’ipocondria.

DISTURBI DELLA SESSUALITA’
Una Disfunzione Sessuale (o disturbo sessuale) è caratterizzata da un’anomalia del processo che sottende il ciclo di risposta sessuale, o da dolore associato al rapporto sessuale. Il ciclo di risposta sessuale normale può essere diviso nelle seguenti fasi:
1. Desiderio
2. Eccitazione
3. Orgasmo
4. Risoluzione
I disturbi sessuali possono verificarsi in una o più di queste fasi.
Sia nell’uomo che nella donna i disturbi sessuali della fase del desiderio sono il desiderio ipoattivo o l’avversione sessuale.
Nell’uomo il disturbo sessuale più comune della fase dell’eccitazione è il disturbo dell’erezione (impotenza sessuale), mentre nella donna vi è la mancanza di eccitazione sessuale e di lubrificazione.
Nell’uomo il disturbo sessuale più comune della fase dell’orgasmo è l’eiaculazione precoce, anche se esistono uomini che hanno eiaculazione ritardata, impossibile o non piacevole, mentre nella donna è molto comune l’anorgasmia o frigidità.
Esistono poi i cosiddetti disturbi sessuali caratterizzati da dolore durante il rapporto.
Rientrano poi fra i disturbi sessuali quelle che un tempo venivano chiamate perversioni sessuali, o deviazioni sessuali, oggigiorno definite parafilie.

DISFUNZIONE ERETTILE
La caratteristica fondamentale del disturbo maschile dell’erezione è una persistente o occasionale incapacità di raggiungere o mantenere l’erezione per un tempo sufficiente al rapporto sessuale.
Perché si possa parlare di impotenza o disfunzione erettile, l’anomalia deve causare notevole disagio o difficoltà interpersonali e non deve essere attribuibile esclusivamente agli effetti fisiologici diretti di una sostanza (farmaci inclusi) o di problemi medici generali. Alcuni uomini che soffrono di disfunzione erettile possono riuscire ad avere l’erezione solo durante la masturbazione o al risveglio.
Le difficoltà di erezione dell’impotenza sono spesso associate ad ansia sessuale, timore di fallimento, preoccupazioni sulla prestazione sessuale e ad una ridotta sensazione soggettiva di eccitazione sessuale e di piacere.
Le cause di impotenza sono molteplici e comprendono fattori organici e fattori psicologici, in particolare l’ansia da prestazione. E’ importante quindi, prima di tutto, condurre un attento esame medico, allo scopo di appurare la presenza di cause organiche, per poi passare agli aspetti psicologici, che nella stragrande maggioranza dei casi incidono significativamente. La terapia per la disfunzione erettile è molto diretta al problema, che viene affrontato attraverso specifiche tecniche, ma che non trascura, ove necessario, l’analisi di aspetti psicologici più profondi, connessi alla struttura di personalità del soggetto, alle sue relazioni, alle sue idee e convinzioni relative alla sessualità, alla sua storia di vita ed al contesto socio-culturale in cui è cresciuto.

EIACULAZIONE PRECOCE 
L’eiaculazione precoce consiste nel presentarsi, persistente o occasionale, di eiaculazione in seguito a stimolazione sessuale anche minima, oppure prima, durante o poco dopo la penetrazione e comunque prima di quando il soggetto desidererebbe.
Per parlare di eiaculazione precoce, l’anomalia deve causare notevole disagio o difficoltà interpersonali ed essa non deve essere dovuta esclusivamente agli effetti diretti di una sostanza.
Esistono rari casi di precocità eiaculatoria, generalmente transitoria, connessi a cause organiche quali anomalie anatomiche del frenulo, stati infiammatori, uretriti, vescicoliti, prostatiti, sclerosi multipla, tumori midollari, stress o ipertiroidismo. Tali condizioni, però, sono generalmente evidenti, poiché comportano altri sintomi oltre alle eiaculazioni precoci.
Una volta escluse le cause di natura biologica, la cura dell’eiaculazione precoce si concentra sugli aspetti psicogeni, attraverso due forme principali forme d’intervento volte ad incrementare la latenza eiaculatoria ed il senso di auto-controllo: la terapia comportamentale e quella psicofarmacologica.
La terapia comportamentale, altrimenti detta “mansionale”, prevede generalmente la partecipazione di entrambi i membri della coppia, ove possibile, e implica una serie di prescrizioni ben precise e di esercizi da eseguire insieme al partner, che il terapeuta suggerisce nel corso delle sedute per cercare di limitare gradualmente le eiaculazioni precoci e aumentare il senso di autocontrollo del soggetto. La cura farmacologica dell’eiaculazione precoce si basa su due classi di farmaci che inducono l’effetto di ritardare l’eiaculazione.
E' sempre utile associare alla terapia farmacologica un percorso di terapia comportamentale, che preveda una graduale riduzione e sospensione del farmaco, non appena il soggetto acquisisce un maggior senso di auto-controllo.

CALO DEL DESIDERIO SESSUALE MASCHILE E FEMMINILE
Il calo del desiderio sessuale maschile e femminile, o la sua assenza, sono sintomi dei cosiddetti disturbi del desiderio sessuale: il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo e il disturbo da avversione sessuale.
La caratteristica fondamentale del disturbo da desiderio sessuale ipoattivo è l’insufficienza o l’assenza di fantasie sessuali e del desiderio di attività sessuale. Questo calo del desiderio femminile o maschile può essere globale, e includere tutte le forme di espressione sessuale, oppure può essere situazionale, quando è limitato ad un partner o ad una attività sessuale specifica. Il basso desiderio sessuale maschile o femminile, però, può anche essere secondario ad altre disfunzioni sessuali, a disturbi mentali  o può essere indotto da sostanze, alcol o farmaci. Occorre quindi innanzitutto una valutazione professionale per valutare se il calo di desiderio nelle donne o negli uomini sia secondario a uno di questi fattori o sintomo di un vero disturbo del desiderio sessuale.
Il disturbo da avversione sessuale, invece, è caratterizzato dall’attivo evitamento del contatto sessuale genitale con un partner sessuale. Il soggetto non ha soltanto basso desiderio sessuale, ma riferisce ansia, timore o disgusto quando si trova di fronte ad una opportunità sessuale con un partner. L’intensità della reazione del soggetto esposto allo stimolo che produce avversione può variare da un’ansia moderata, con mancanza di piacere, ad un’estrema sofferenza psicologica. In questi casi non si tratta di un calo del desiderio sessuale, ma di una completa assenza di desiderio, dal momento che la sola idea della sessualità produce sentimenti avversivi anziché positivi.
Le cause immediate dei disturbi del desiderio sessuale sono attribuibili ad un processo di apprendimento disfunzionale. Nel caso del disturbo da desiderio ipoattivo, l’ansia da prestazione lega i sentimenti e le sensazioni sessuali a precedenti timori di perdite.
Nel caso del disturbo da avversione sessuale l’ansia è legata ad una fobia per il sesso. Essa viene associata, più o meno casualmente, ad aspetti specifici della sessualità e/o del rapporto sessuale e i condizionamenti originari che danno origine a questa associazione possono avere diverse origini.
La cura dei disturbi che prevedono calo del desiderio sessuale sia maschile che femminile deve comprendere, soprattutto per quanto riguarda il disturbo del desiderio ipoattivo una fase di terapia cognitiva mirata a ristrutturare le convinzioni disfunzionali riguardo alla sessualità che mantengono il disturbo. Si esplorano le cause del calo del desiderio, si fanno apprendere al paziente strategie per fronteggiare l’ansia e infine si cerca di indurre la pulsione con una graduale esposizione a tutti gli stimoli ambientali che inducono sentimenti sessuali. Solo dopo una terapia cognitiva di tal genere i pazienti possono trarre beneficio dalle tradizionali procedure di terapia sessuale.
Per il disturbo da avversione sessuale il trattamento di elezione consiste, invece, in una esposizione graduata che porta il soggetto ad affrontare situazioni “sessuali” ansiogene via via sempre più intense e, quindi, in grado di indurre crescenti risposte d’ansia. In ogni caso, occorre esplorare e rielaborare quei fattori di sviluppo o traumatici che possono aver contribuito a creare l’associazione tra sessualità e emozioni negative.

IL LUTTO
Quando muore una persona che amiamo sperimentiamo cosa sia realmente la morte. L’esperienza forte della morte di chi si ama ci mette di fronte alla necessità di elaborare il lutto, un lavoro psichico che investe la persona e si compone di diverse fasi:
■ Torpore, stordimento e  perdita di lucidità
■ Struggimento e crisi
■ Disorganizzazione e disperazione:
■ Riorganizzazione e recupero
Dopo anni dall’evento doloroso è però sempre possibile l’improvvisa riacutizzazione del dolore e lo struggimento per la persona amata può ritornare intenso come nelle prime settimane; ma col passare del tempo, tuttavia, tale sensazione viene sostituita dal piacere del ricordo per gli eventi del passato.
Molti autori hanno evidenziato come l’elaborazione di una perdita possa essere un processo privo di una vera e propria fine, almeno nel senso tradizionale del termine. Per poter ricordare la persona che amiamo è indispensabile collocarla nel passato, è necessario cioè trasformare il nostro attaccamento nel ricordo di quel legame che ci univa ad essa.
Quando perdiamo una persona che amiamo il cambiamento non riguarda solo una porzione temporale della nostra vita, ma riguarda tutta la nostra vita. Dopo una perdita “non si può” essere più gli stessi: la morte di una persona cara rimette in discussione un grande numero di assunti riguardo la visione del mondo, la modalità di pensiero e di comportamento che facevano riferimento alla persona scomparsa.
La morte di una persona cara mette in crisi la nostra identità e le nostre certezze. Elaborare il lutto vuol dire  essere in grado di costruire una nuova struttura di significato alla nostra esistenza.  E’ dunque fondamentale dal punto di vista psicologico poter attraversare  le varie fasi ed emozioni legate al lutto perché, se ciò non avviene, la persona può trovarsi congelata in una di esse e andare incontro al deterioramento della proprie relazioni e del proprio stato emotivo, sviluppando un grado di sofferenza che lo imprigiona per anni e a volte per sempre.
DISTURBI D’ANSIA
Chi soffre di “preoccupazione cronica” ha l’errata percezione che il suo continuo “rimurginare” sulle stesse cose gli permetta di risolvere i problemi e provvedere al futuro. L’eccessiva inquietudine è tipica di tutti i disturbi d’ansia, in particolare di quello che chiamiamo disturbo d’ansia generalizzato. Si tratta di un disturbo che interessa il 5% della popolazione italiana, circa tre milioni di persone. Il disturbo d’ansia generalizzato può essere definito come un’ansia o una preoccupazione eccessiva riguardo numerosi eventi o attività per la maggior parte del tempo durante un periodo di almeno 6 mesi. La preoccupazione è difficile da controllare ed è associata a sintomi somatici quali tensione muscolare, irritabilità, difficoltà legate al sonno e irrequietezza. 
L’ansia è difficile da controllare, è causa di disagio soggettivo e provoca limitazioni in aree importanti dell’esistenza della persona. Essenzialmente i preoccupati cronici vedono il mondo come un posto insicuro e vogliono combattere questo senso di incertezza. Chi si preoccupa in maniera eccessiva ha la sensazione che rimuginare sulla situazione gli dia questo controllo e tende ad evitare le situazioni su cui non ha potere. La preoccupazione cronica disturba dunque la mente ma anche il corpo, in quanto il continuo rimuginare ostacola la capacità delle persone di reagire fisicamente al pericolo attivando l’attività del sistema nervoso parasimpatico. Quando funziona nel modo giusto questa parte del sistema nervoso tranquillizza il corpo durante il processo di recupero da un’esperienza stressante. Ecco dunque che i preoccupati cronici vanno incontro a problemi di salute e a sintomi somatici quali tensione muscolare, irritabilità, difficoltà legate al sonno e irrequietezza.
TRATTAMENTO
Nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato utilizzo un protocollo che prevede l’impiego di procedure quali:
- La Psicoeducazione, che consiste nel fornire al paziente informazioni relative al ruolo che hanno le credenze sulle preoccupazioni nell’insorgenza e nel mantenimento del disturbo
L’Individuazione dei pensieri disfunzionali (es. giudizi sulle preoccupazioni) alla base del disturbo e messa in discussione di tali valutazioni; 
- L’Apprendimento di tecniche per la gestione dei sintomi dell’ansia; L’Esposizione graduale ai pensieri ed agli stimoli temuti ed evitati;
- La Prevenzione delle ricadute, che consiste nell’accettazione da parte del paziente della possibilità che i sintomi potrebbero ripresentarsi e nel rinnovato ricorso agli strumenti acquisiti in terapia per fronteggiare il momento di crisi.
IL TRAUMA PSICOLOGICO 
Per trauma psicologico si intende qualsiasi evento che una persona recepisce come estremamente stressante. Questi eventi producono reazioni emotive e corporee importanti, che non sempre il cervello riesce ad elaborare. Quando l’elaborazione del trauma psicologico non avviene spontaneamente, le emozioni e le sensazioni corporee si bloccano, e costruiscono reti neuronali disfunzionali che compromettono il normale funzionamento psichico e il benessere della persona.
L’impatto del trauma psicologico è soggettivo. A seconda delle caratteristiche di personalità, dell’ambiente circostante, della struttura emotiva e cognitiva di ogni persona un evento può essere più o meno traumatico ma generalmente influisce sul senso di valore dell’individuo, sulla sua sicurezza, sull’autostima e sul suo senso di efficacia personale.
I sintomi che si possono presentare in seguito ad un’esperienza traumatica non sono univoci. Essi variano a seconda della gravità del trauma psicologico, ma, soprattutto, dipendono dalla risposta soggettiva di chi lo ha subito. La risposta all’esperienza traumatica è, prima di tutto, emotivo-corporea. 
Secondo la classificazione del DSM IV-TR, sono due i disturbi direttamente legati ad esperienze traumatiche irrisolte. Questi sono: il Disturbo Acuto da Stress e il Disturbo Post-Traumatico da Stress.
Trattasi di due disturbi d’ansia caratterizzati dai seguenti sintomi:
- paura intensa, sentimenti di impotenza o di orrore;
- rivivere costantemente l’evento traumatico con immagini, pensieri o percezioni ricorrenti e intrusive, sogni, sensazione di rivivere l’esperienza (illusioni, allucinazioni, flashback);
- disagio psicologico e reattività fisiologica intensa all’esposizione a fattori scatenanti interni o esterni che simbolizzano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico;
- evitamento di pensieri, sensazioni, conversazioni, attività, luoghi o persone che evocano ricordi del trauma, incapacità di ricordare qualche aspetto importante del trauma;
- riduzione marcata dell’interesse o della partecipazione ad attività significative; 
- sentimenti di distacco o estraneità verso gli altri, affettività ridotta, sentimenti di diminuzione delle prospettive future;
- aumento dell’attivazione nervosa, con difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno,
- irritabilità o scoppi di collera;
- difficoltà a concentrarsi, ipervigilanza; 
- esagerate risposte di allarme.
Se tale sintomatologia si risolve entro 4 settimane parliamo di Disturbo Acuto da Stress, se invece perdura per oltre un mese si parla di Disturbo Post-Traumatico da Stress.
Anche aspetti caratteriali, come la timidezza o la tendenza al senso di colpa, possono essere la conseguenza di traumi. In particolare, di traumi interpersonali, come rifiuti, umiliazioni, colpevolizzazioni, tanto più gravi quanto più ripetuti.
Un trauma psicologico irrisolto, infatti, costituisce un carico disfunzionale nel cervello di una persona che la rende più fragile rispetto all’impatto con altre possibili successive difficoltà della vita e ne diminuisce la resilienza. Per questo diciamo che un trauma irrisolto tende a “complessizzarsi”, dando vita a modalità di relazione disfunzionali con se stessi, con gli altri e con la realtà interna, che possono diventare la base di sintomatologie diverse.  
Il trattamento del Disturbo da Stress post Traumatico si pone come obiettivo, l’elaborazione dell’evento traumatico al fine non di eliminare il ricordo, ma di poter integrare il vissuto emotivo e favorirne un vissuto non perturbante all’interno della vita del paziente. La tecnica che fornisce maggiori successi per l’elaborazione del trauma è l’EMDR, di cui invito a trovare informazioni all’interno del mio sito, sotto la voce Formazione.
DEPRESSIONE ( Disturbo Depressivo)
Oggi viviamo un incremento della manifestazione del disturbo depressivo, principalmente all’interno di fasce d’età che prima non erano così significativamente investite dalla patologia, mi riferisco alla fascia adolescenziale.
Parliamo di depressione in presenza di sintomi come quelli sotto elencati:
- Umore depresso
- Perdita di interesse
- Cambiamenti nell’appetito
- Disturbi del sonno
- Senso di agitazione o rallentamento
- Perdita di energia:
- Sentimenti di autosvalutazione o di colpa
- Difficoltà a pensare
La depressione può manifestarsi con diversi livelli di gravità. Alcune persone presentano sintomi depressivi di bassa intensità, legati ad alcuni momenti di vita, mentre altre si sentono così depresse da non riuscire a svolgere le normali attività quotidiane. Le forme gravi sono caratterizzate da un numero più elevato di sintomi, una maggiore intensità e durata nel tempo della sintomatologia ed una maggiore compromissione delle attività quotidiane.
Questo disturbo tendenzialmente induce al ritiro sociale, che, col passare del tempo, può indurre a problemi di tipo relazionale con partner, figli, amici e colleghi e condiziona anche il rapporto con se stessi e con il proprio corpo. 
 TRATTAMENTO
Nella cura di questo disturbo, nel mio percorso clinico mi occupo di focalizzare soprattutto sui modi in cui il paziente interpreta gli eventi che accadono, vi reagisce e valuta sé stesso, e propongo di aiutare il paziente ad identificare e modificare i pensieri e le convinzioni negative che ha su se stesso, sul mondo e sul futuro, ricorrendo a numerose e specifiche tecniche cognitivo-comportamentali, tra queste esercizi da svolgere individualmente tra una seduta e la successiva. Il cambiamento nel modo di pensare porterà ad una regolazione del tono dell’umore e a modificazioni dei sintomi, che a loro volta influiranno positivamente sui pensieri. In questo modo sarà possibile interrompere i circoli viziosi che mantengono la depressione nel tempo.
ATTACCHI DI PANICO
L’attacco di panico è uno dei disturbi più frequenti all’interno della popolazione clinica, ha un impatto che spesso è devastante nella vita del paziente, modificandone totalmente le abitudini comportamentali, e mettendone a dura prova l’equilibrio psicologico. Resta tuttavia una delle sintomatologie che, a seguito di un buon trattamento psicoterapeutico, ha ottime probabilità di risoluzione. 
L’attacco di panico, è caratterizzato da un episodio acuto d’ansia, accompagnato il più delle volte da una serie di sintomi fisici e da pensieri catastrofici.
L’attacco ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice (di solito 10 minuti o meno) e non dura, in genere, più di una ventina di minuti: un breve periodo in cui il disagio è molto intenso e può cambiare la vita di chi lo vive.
La breve durata degli attacchi, la loro intensità e la loro intermittenza ne permette la distinzione da una condizione di “ansia generalizzata”, che invece si manifesta con sintomi d’ansia piuttosto continui, anche se di entità meno grave. Quando gli attacchi di panico si ripetono frequentemente, condizionando e limitando la vita delle persone che ne soffrono, e possiamo parlare di una condizione di “disturbo di panico”.
Il primo attacco di panico si manifesta quasi sempre durante un periodo in cui lo stress è elevato.
Possiamo distinguere due tipologie di fattori stressanti:
■ Fattori stressanti psicologici
■ Fattori stressanti fisici
E’ importante sapere che il panico raramente si presenta senza fattori scatenanti.
Il primo attacco si manifesta di solito in presenza di una forte pressione emotiva o quando si è malati fisicamente, o anche quando si è molto stanchi ed esauriti.
Crisi di panico si possono manifestare anche in seguito agli effetti di sostanze stimolanti del sistema nervoso centrale (cocaina, amfetamina, caffeina).
Il Disturbo di Panico (DP) si caratterizza per la presenza di ricorrenti attacchi di panico.
Durante l’attacco di panico si possono manifestare i seguenti sintomi:
■ Respiro affannoso
■ Palpitazioni
■ Vertigini
■ Formicolii alle mani o ai piedi
■ Senso di costrizione o dolore al torace
■ Sensazione di soffocamento o mancanza d’aria
■ Sentirsi svenire
■ Sudorazione
■ Tremori
■ Vampate di caldo o di freddo
■ Bocca secca
■ Nausea o nodo allo stomaco
■ Debolezza delle gambe
■ Visione annebbiata
■ Tensione muscolare
■ Impressione di non riuscire a pensare chiaramente o di non riuscire a parlare
■ Impressione che le cose intorno non siano reali
■ Paura di morire, di perdere il controllo, o di comportarsi in modo bizzarro
Perché un episodio sia diagnosticabile come attacco di panico devono essere presenti almeno 4 dei sintomi elencati.
TRATTAMENTO
Nel trattamento cognitivo comportamentale del disturbo di panico, il paziente svolge un ruolo attivo nella soluzione del proprio problema e, insieme al terapeuta, si concentra sull’apprendimento di modalità di pensiero e di comportamento più funzionali, nell’intento di spezzare i circoli viziosi del panico.
La terapia cognitivo-comportamentale interviene su ognuna delle aree dove agisce il panico: sintomi fisici, pensieri disfunzionali e comportamento.
■ SINTOMI FISICI:
Uno dei primi obiettivi della terapia cognitivo comportamentale sarà aiutare il paziente a capire che gli sgradevoli sintomi fisici che prova durante l’attacco di panico non sono pericolosi bensì sono solo una conseguenza dell’ansia: il paziente impara a capire che nulla di quello che si teme quando attua i tipici “pensieri catastrofici” accadrà veramente. Questa consapevolezza aiuta a interrompere il circolo vizioso dell’ansia ed evita un peggioramento delle sensazioni fisiche spiacevoli. Inoltre il terapeuta può insegnare al paziente tecniche mirate (rilassamento, controllo della respirazione, ecc.) grazie alle quali il paziente impara a fronteggiare le spiacevoli sensazioni fisiche dovute al panico.
■ ANALISI DEI PENSIERI DISFUNZIONALI:
Al paziente si insegna ad individuare i pensieri disfunzionali legati alle situazioni che causano l’attacco di panico e poi a esaminarli con oggettività valutando se si tratta di pensieri realistici o realmente preoccupanti. Il paziente imparerà gradualmente come l’attacco di panico sia dovuto ad un errore di “interpretazione” delle sensazioni, percepite come dannose. Dunque, il paziente si tranquillizza e riesce a gestire in modo più funzionale la sintomatologia.
■ AZIONI E COMPORTAMENTO:
Gradualmente si porta il paziente a ridurre le “situazioni” evitate a causa del timore degli attacchi di panico. Si comincerà da quelle più facili, per passare poi gradualmente a quelle più “paurose”. Il paziente potrà così rendersi conto, direttamente e in prima persona, che esse non costituiscono un pericolo oggettivo per la sua incolumità. Questo è uno dei modi più efficaci per riuscire ad affrontare le proprie paure e riappropriarsi della propria vita.

Per prendere un appuntamento telefonare al +39 331 7169151

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